VATTENE NUVOLA NERA

VATTENE NUVOLA NERA

Installazione performativa, video, incisioni su vari materiali, suono

Anno_

2025

Progetto, Lecce https://www.progettospace.com/

foto di Gianluca Pisicchio
testo critico Enrico Camprini
menu e pubblicazione a cura di Panopticon

Vattene Nuvola Nera è una performance che esplora la magia, la cura e il rito insiti nel cibo. Un pranzo per 21 ospiti – come le figure dell’Arcano XXI, Il Mondo, nei tarocchi – che siedono con me, mia madre e mio padre, condividendo il primo momento di connessione e apertura del rito.
Da bambina, mia madre trasformava ogni piatto in un
incantesimo quotidiano: una medicina contro la debolezza e la malattia, un atto d’amore per restituirmi energia e vitalità. Ma anche la sua disperazione quando non mangiavo: soffriva insieme a me, prendeva su di sé il mio disagio, come se potesse guarirmi facendolo suo. In questo progetto, performativo e scultoreo, ho voluto ricreare quel gesto di cura, trasmettendo ai miei ospiti la stessa energia protettiva e rigenerante. Ogni piatto cucinato da mia madre diventa un portale verso una dimensione simbolica, dove il cibo non è solo sostentamento, ma una pratica magica che unisce, consola, trasforma. La tavola, preparata per evocare l’intimità e l’imperfezione di uno spazio domestico, è diventata l’altare di questo rito collettivo. Al centro, una tovaglia ricavata da tre lenzuola del mio corredo – acquistate e ricamate da mia nonna materna tre giorni dopo la mia nascita – su cui ho ricamato le parole “VATTENE NUVOLA NERA”, un’invocazione per scacciare le ombre personali, una protezione contro le negatività che ci appesantiscono. Uno scongiuro popolare usato dai contadini al confine tra Calabria e Basilicata per allontanare il maltempo, tramandato nella mia famiglia. Ho ricamato questa formula con il punto che mia nonna mi ha insegnato da bambina, quando ero inquieta. Ho voluto creare un loop ipnotico tracciando linea dopo linea fino a formare le lettere: un ritmo quasi ossessivo, che invoca protezione. Il pubblico è stato invitato ad assistere al rituale, partecipare alla trasformazione della tavola e, al termine del pasto, a riflettere sul significato di questo atto: il cibo come magia, il pranzo come incantesimo, la tavola come altare. Verdure, formaggi, salumi, carne e vino sono stati prodotti da mio padre nella nostra piccola campagna di famiglia a Oriolo, in Calabria, e portati a Lecce per essere cucinati presso Progetto. Un menu stampato è stato creato per l’occasione, accompagnato da una pubblicazione successiva.

TEMPESTA

TEMPESTA

Bandiera in acetato, stampa diretta, incisione a punta di diamante su metallo

Anno_

2025

foto di Marica Minotti

“Tempesta” è una bandiera realizzata in acetato trasparente su cui è stampata l’immagine di una falce costruita da mio nonno e fotografata da mio padre. Il manico in metallo, che sorregge la bandiera, è inciso con la parola “Tempesta”.

La scelta del materiale — l’acetato trasparente — permette alla bandiera di trasformarsi continuamente in relazione allo spazio, all’ambiente circostante e alla luce. Questo movimento è un richiamo diretto ad un rituale contadino specifico chiamato “il taglio del cielo” che facevano i miei nonni materni. Prima che un temporale si avvicinasse, andavano nell’aia della loro campagna al confine tra Calabria e Bailicata e ripetevano una specifica formula per allontanare tutte le nuvole nere e proteggere i raccolti.

L’opera si inserisce nel contesto del mio simposio Vattene Nuvola Nera, che prende avvio forma proprio da questo stesso scongiuro, per poi svilupparsi intorno alla cura e al dono. Qui la falce diventa simbolo di resistenza, trasformazione e continuità generazionale.
ll gesto di alzare la falce si ripete idealmente ogni volta che il vento muove la bandiera, risvegliando quella tensione tra il materiale e l’invisibile, tra la terra e il cielo, tra il passato e il presente. L’incisione sul manico rappresenta un invito alla riflessione più intima, un segno che si svela solo a chi si avvicina con attenzione, mentre il titolo — “Tempesta” — definisce lo spirito dell’opera, fatto di emotività, dissenso e desiderio di cambiamento.

HERTZ

HERTZ_

Installazione performativa, video, incisioni su vari materiali, suono

Anno_

2021

guarda il video

L’opera è il risultato di un processo vissuto al pari di un rituale meditativo che indaga relazioni personali, immaginate, ricordate, invisibili o fisiche tra il suono, il mondo e noi stessi. La restituzione finale è un’ “architettura” che traccia, attraverso il suono, la traiettoria di autorappresentazione liberato in luoghi di memoria e che mette in una condizione di ascolto per indagare i più profondi confini identitari. In questa sorte di liberazione e di restituzione sul piano “mistico” di recupero della trascendenza, il Sound System, appartenente alla cultura rave, viene utilizzato come metafora del rito di iniziazione «[…] parossismo dionisiaco programmato e messo in loop per l’eternità». L’intenzione, quindi, è rintracciare un legame tra questa dimensione, la spiritualità, l’antropologia, i rituali, la religione e il processo alchemico. Il muro di casse è installato sul letto del fiume Ferro ad Oriolo calabro, il mio paese natale. Rappresenta un luogo fortemente evocativo e simbolo della memoria. Il suono, riprodotto in estemporanea dal muro di casse, è stato ricavato campionando incisioni calcografiche e sperimentali su metalli come rame e zinco. Quando il metallo torna vivo, attraverso il racconto sonoro, si trasforma e si mescola con i suoni del paesaggio. Si crea così un collegamento tra interno ed esterno. Viene quindi proposta, con elementi visivi contrastanti tra loro, un immagine che in qualche maniera accomuni la ritualità del mantra, le tradizioni popolari e il tribalismo esotico con le feste clandestine basate sul consumo di droghe e sull’invasività del beat.


SCIÓ


SCIÓ_

Giacca di pelle, toppe

Foto_Carlo Favero

Anno_

2022

Sciò omaggia mia madre, sarta per passione perché un serio problema alla vista non le permette di farlo per professione, ed evoca, di questo mestiere, la tecnica e gli insegnamenti per dare vita a una veste del tutto nuova, pur costellata di pattern antichi. Si crea così un’affinità con il passato, la memoria, la tradizione nel momento in cui, questi, vengono “cuciti” per essere raccontati. La giacca di pelle con la sua estetica post-punk e rave, rattoppata, diventa un tentativo estremo, e a tratti ironico, di riaffermazione della tradizione magica dello scongiuro, che suggerisce l’urgenza di un rituale performativo: indossare la giacca, animare l’opera noi stessi, scacciare influenze negative. La mia mano con anelli/amuleti che, con con il gesto delle corna, scacciano il male. Un ferro di cavallo, un paio di corna di animale, il sale, una frase che si recita in alcuni rituali della mia terra, che riguardano nello specifico la cura al malocchio e un cornetto. Scongiuri di facile intuizione poiché tutti ne conosciamo, per esperienza diretta o indiretta, il significato.


RICORDO D’AMORE, TI DONO IL CUORE MIO

RICORDO D’AMORE,
TI DONO IL CUORE MIO_

coltello da tasca modello calabrese, incisione su lama in acciaio INOX

Foto_Carlo Favero

Anno_

2021

Quello che può sembrare un semplice coltello, un objet trouvé, si manifesta come opera attraverso una stratificazione culturale e materiale di significati. Regalato da mio padre in una sorta di passaggio di consegne, un rito nel rito, sulla lama ho inciso: “Ti dono il cuore mio”. La genesi dell’opera fa riferimento a un rituale diffuso tra i pescatori che dovevano affrontare il rischio di pericolose mareggiate. Durante una perturbazione erano soliti incidere sulla poppa della barca una stella a cinque punte, stilizzazione della figura umana, invocando il Santo protettore. Il coltello veniva poi lanciato cercando di colpire il centro, il cuore, della stella: se il tiro fosse andato a segno i pescatori potevano auspicare nella grazia richiesta e in una navigazione priva di insidie. Il lavoro gioca su una doppia significazione. Se la sua origine concettuale rimanda a una precisa pratica scaramantica, ciò che vediamo dice altro. È l’immagine stessa a mostrarci la sua forza vitale prendendo, letteralmente, parola: l’oggetto prende voce all’oggetto, animandolo, come se vi instillasse una parte di sé. Qui la duplice valenza dello scongiuro, che dal suo contesto originario si fa tangibile come opera e, soprattutto, diviene metafora per esorcizzare la paura della perdita di mio padre, a cui rivolgo il coltello reso “vivo”.


STELLOSA

STELLOSA_

terracotta

Foto_Carlo Favero

Anno_

2022

Scultura che raffigura due corna animali decorate in ceramica. Si tratta di un dono di mio padre: le corna utilizzate per realizzare il “fac-simile” in terracotta, erano tradizionalmente poste sopra l’uscio di casa in funzione scaramantica. La stessa logica viene trasposta nello spazio espositivo, idealmente sorvegliato e protetto da un oggetto la cui presenza è intensificata e potenziata dall’intervento. La scultura è stata realizzata
da una sapiente artigiana della ceramica e della cartapesa leccese senza ricorrere ad un calco ma “imitandole”. In questa maniera il nesso con la tradizione orale diventa evidente. Ogni storia raccontata con questo sistema di trasmissione, replica e rielabora ed è in continua mutazione. Ogni sistema di tradizione orale è comunque abbinato ad un insieme di forme di trasmissione delle usanze, dei riti, miti, canti, frasi, leggende, favole, ecc. Questi aspetti sono appresi e rielaborati in parte per via verbale ed in parte mediante altri sistemi simbolici, nonché tramite l’imitazione e la sperimentazione. Un sistema, tra l’altro, privilegiato nella trasmissione del sapere per la sua rapidità ed immediatezza.


AMORE
SALUTE
DENARO

Cartapesta

Foto_Lorenzo Pasini

Anno_

2023

La scultura ritrae una mano con sei dita e rappresenta un’esplicita esplorazione della complessità dell’identità e della nostra relazione con il futuro e l’incertezza. Tradizionalmente, infatti, nelle pratiche magiche, è proprio attraverso la chiromanzia o lettura della mano che si scopre la propria fortuna nascosta nei palmi. La presenza del sesto dito aggiunge un elemento di distorsione e sorpresa, sfidando le nostre aspettative e mettendo in discussione la nostra percezione della realtà. In questo modo la mano, che è simbolo di azione e controllo, diventa immagine di ambiguità e ambivalenza. Se da un lato la lettura della mano come mezzo per prevedere il futuro diventa un’analogia per la nostra ricerca di sicurezza e controllo nelle circostanze incerte della vita, dall’altro la presenza di questo dito “extra” suggerisce che questa ricerca possa essere illusoria o distorta. La mano stessa diventa un riflesso della complessità e delle contraddizioni mettendo in evidenza la necessità di abbracciare l’incertezza anzichè evaderla. Il sesto dito è un “miraggio” che ci mostra come le nostre convinzioni possano essere modificate o amplificate da ciò che vogliamo vedere e credere.